La lumaca

marzo 2nd, 2011 § Lascia un commento

Sara guardava fuori dalla finestra appoggiata al davanzale. La polvere leggera sul calorifero la faceva starnutire e la costringeva di tanto in tanto a grattarsi il naso. Dalla finestra della casa della zia, all’ottavo piano di un elegante condominio in via Rosso di San Secondo, poteva osservare tutta la piana di Catania fino al mare. I condomini più alti, quelli più vecchi e decadenti, il Duomo e le gru del porto. Alle sue spalle, la mamma e il papà erano indaffarati per la partenza. Dopo un mese e mezzo di vacanze estive, si tornava a Bergamo. La mamma riempiva l’ultima borsa delle cose che non erano entrate nelle valigie, il papà portava i bagagli vicino alla porta, e da lì all’ascensore. Significava che Sara aveva ancora mezz’ora per guardare fuori dalla finestra e nelle stanze della casa, mezz’ora prima che il papà finisse di caricare la Lancia Beta lasciandole un angolino sui sedili posteriori.
“E questa dove la mettiamo?”.
La zia Zina teneva alta la scatola della lumaca con entrambe le mani, sorridendo. Quando era tornata dal mercato annunciando “Escargot!”, aveva già pensato a metterne da parte una per Sara, come tanti anni prima aveva fatto con la mamma di Sara.
“La scatola della lumaca!”, gridò Sara correndo incontro alla zia. “Mamma! Dove mettiamo la scatola della lumaca?”.
Dalla camera da letto la mamma raggiunse Sara e la zia Zina in salotto.
“Sara, questa lasciamola alla zia… Dove troviamo la lattuga durante il viaggio? Lo sai che se non mangia muore…”
“Ce la dà la zia la lattuga, io voglio portarmi la lumaca a Bergamo!”.
La scatola della lumaca non poteva restare a Catania. Sara l’aveva curata tutta l’estate nonostante le prese in giro dei cuginetti. Chissà cosa avrebbero pensato se avessero saputo del suo cimitero degli insetti. Anche su quello la mamma aveva cercato più volte di farle cambiare idea, ma raccogliere scarafaggi, ragni e mosche morte era qualcosa cui Sara non poteva rinunciare. Tenere quegli animaletti sul palmo della mano per poi riporli in piccole scatole piene di cotone era un gesto delizioso.
“Zia, diglielo tu!”
“In effetti la bambina ha decorato la scatola, ha dato da mangiare alla lumaca per tutto questo tempo… Può tenerla sulle gambe!”.
No, la scatola della lumaca non poteva assolutamente restare a Catania. Sara non era molto brava a disegnare, eppure aveva preso quella scatola delle scarpe e si era impegnata tanto a tratteggiare porte, finestre, vasi e tavolini, così tanto che anche il papà non aveva potuto fare a meno di esclamare “Che bella!”.
“E va bene, però dovrai tenerla tu e darle da mangiare tu”.
Il pensiero di poter portare con sé la lumaca rincuorò Sara. L’attendevano gli esami di terza media e il 18 settembre o giù di lì le sarebbero venute per la seconda volta le sue cose. No, non era esattamente quello che si sarebbe definito un bell’anno. Per di più, aveva ceduto alle insistenze della mamma che voleva trasferire un po’ dei suoi giocattoli in cantina, e rientrata a Bergamo avrebbe dovuto fare la cernita dei giocattoli che restavano e di quelli che andavano via. Di regalare la stanza delle bambole alla figlia dei Pellegris non se ne parlava proprio, su questo Sara era stata molto chiara.
“Vieni che ti do un po’ di lattuga, è fresca fresca”.
Sara seguì la zia in cucina. L’avrebbe rivista a Natale. Erano solo gli inizi di settembre e già non vedeva l’ora che arrivasse dicembre, per poter giocare a carte con gli zii e puntare i propri risparmi nella certezza che, qualora avesse perso, il giorno dopo il papà le avrebbe fatto ritrovare tutto nel cassetto del comodino.
Di Bergamo le piaceva solo una cosa: Tommaso. Di Tommaso le piacevano due cose: le lentiggini chiare e le camicie a quadri azzurre. Si diceva che Tommaso avesse già baciato Federica, Cristiana e Alessandra, e questo rendeva Sara molto nervosa quando le capitava di stargli accanto. Lei non aveva mai baciato nessuno.
“La macchina è pronta!”.
La zia li seguì fino all’angolo della strada. Sara, seduta al suo posto con la scatola della lumaca sulle gambe lasciate scoperte dai pantaloncini, continuò a salutarla dal finestrino, mentre la mamma distolse subito lo sguardo.

Arrivarono a casa alle due di notte. Pioveva e il cancello automatico non funzionava. Il papà dovette scendere dalla macchina, forzare un poco la chiave arrugginita del cancello e aprire il garage sotto la pioggia. Sara si era addormentata all’altezza di Bologna e aveva riaperto gli occhi al casello di Bergamo. Il primo pensiero era stato quello di sollevare il coperchio della scatola e assicurarsi che tutto fosse a posto: la lumaca giaceva sullo zerbino marrone e la lattuga, mangiucchiata qua e là, era quasi finita.
Mentre il papà scaricava i bagagli e la mamma puliva già uno dei due bagni, Sara si dedicò all’ispezione della casa. Abbandonò la scatola sotto la finestra del corridoio e fece il giro delle stanze. Era sempre strano tornare dopo un mese e mezzo di assenza. La casa non sembrava più la stessa, eppure nessuno ci aveva messo piede. Regnava un odore di chiuso che sembrava condensare il ricordo di tutti gli odori prodotti nel corso di un anno e lungo le scale capitava di sentirsi sfiorare le braccia e il viso da qualche ragnatela. I mobili della cucina apparivano inspiegabilmente più nitidi, più definiti, mentre il salotto, con il divano coperto da un lenzuolo vecchio, dava l’impressione di essere abbandonato da anni. La stanza che più di ogni altra colpiva Sara era però la sua camera da letto. Era davvero sua? Erano suoi i peluche ordinati che la guardavano dalla mensola? Nel salvadanaio erano rimaste le stesse monete? Qualcuno aveva riposto nell’armadio o nel comò qualcosa che lei non sapeva?
Sara scostò il copriletto e si addormentò subito, di un sonno molto profondo.

Al risveglio Sara ebbe bisogno di un minuto buono per rendersi conto di dov’era. Si era disabituata al cinguettio degli uccelli e alla luce filtrata dalle finestre all’inglese. La natura non le piaceva. Le sembrava noiosa. Nella natura non succedeva mai nulla, mentre in città poteva accadere di tutto. E anche se nella natura Sara avrebbe potuto trovare un gran numero di insetti morti, quelli che trovava negli angoli di casa sua le sembravano molto più simpatici e puliti.
Rigirandosi nel letto ebbe la sensazione di aver sognato tanto. Tommaso, forse, o qualcuno che somigliava a Tommaso. No, qualcuno che non sembrava affatto Tommaso ma che portava il suo nome. Sì, aveva sognato un Tommaso che non era Tommaso che la baciava, ma in modo particolare. Facendo una pressione esagerata sulla sua guancia sinistra, questo Tommaso che non era Tommaso l’aveva baciata tirando fuori la lingua e sbattendola di qua e di là. Che schifo. Per quanto ne sapesse Sara, il bacio con la lingua si dava sulla bocca, che bisognava aprire per consentire alle due lingue di incontrarsi. Una prospettiva ancora più schifosa, a ben pensarci.
Scacciato il pensiero del bacio, Sara si mise a sedere sul letto. La stanza le appariva già più familiare.
“Sara!”
“Sì mamma!”
“Vieni giù a fare colazione! Hai controllato la lumaca?”.
Sara si precipitò in corridoio. Sotto la finestra giacevano numerose valigie, borse e sacchi di plastica. Non vedeva la scatola. Spostò la valigia gialla e la ventiquattrore del papà. Niente. Spostò il suo zaino e il beautycase della mamma. Ancora niente. Poi, sotto un telo mare, intravide il coperchio di una scatola delle scarpe. Si trattava proprio di quel coperchio. La scatola era accanto, nascosta da un accappatoio. Vuota.
“Mammaaa!!! Dov’è la lumaca???”
“Dove l’hai lasciata tu, che ne so io!”
“Non c’è!!!”.
Sara prese a rovistare in mezzo ai bagagli, a toccare per terra. Osservò il soffitto, si insinuò tra i mobili e le pareti… nulla. Ad un certo punto il vento spalancò la finestra e un bagliore provocato dal sole su chissà quali giochi di vetri fece luccicare qualcosa sul parquet. Si chinò. Dalla scatola lungo il corridoio correva sottile una scia appiccicosa di bava. Sara si mise carponi e, seguendo attentamente la scia, arrivò fino al suo letto. Rimase a guardarlo per qualche istante, interdetta. Poi, in un gesto irriflesso, portò la mano alla guancia sinistra. Sulla fossetta e sullo zigomo sentì quella che in certi punti sembrava una pellicola tirante, in altri un’incrostazione ruvida. Una specie di moccio asciugato all’aria. Tornò a guardare per terra. Un’altra scia si allungava dal letto verso il corridoio, appiccicosa come la prima. Questa però non si fermava alla scatola, ma proseguiva lungo la parete fino alla finestra, per poi disperdersi sul davanzale esterno.
“Dai Sara che devi finire i compiti!”.
L’indomani cominciava la scuola e Sara aveva almeno una cinquantina di frasi di cui fare l’analisi logica. In terza media si sarebbero concentrati sull’analisi del periodo, ma Sara non aveva alcuna voglia di pensare a quello che l’attendeva.

Odiarti mi repelle

gennaio 3rd, 2011 § Lascia un commento

Odiarti mi repelle. E’ per me come una malattia autoimmune. E’ un pensiero che, non appena formulato, non riesco a riconoscere come mio. Lo guardo stupirmi e ferirmi. E’ lo stato contronatura in cui mi trovo dopo che ogni cosa è stata rovesciata e non posso più credere in ciò in cui era ovvio credere.
Il mercurio è sparso ovunque e l’ordine polverizzato. Non c’è taratura che possa servire. Quello che hai fatto è stato un abbandono nell’abbandono che segue il piacere, uno schiaffo sugli occhi appena chiusi nel sonno, una chiamata alle armi nelle ore più dolci del primo mattino.
E il non essere più bambini ha ora il tuo volto. Il tuo volto è all’ingresso della strada verso il crepuscolo.

La telefonata

dicembre 8th, 2010 § 2 commenti

La telefonata arrivò alle 8.44 del 16 novembre 2007.
“Sono Nicola, il figlio di…”
“So chi sei”.
La sua voce era lontana e interrotta da un “tic” metallico e regolare. La riconobbi subito, come se non avessi fatto altro, negli ultimi trent’anni, che aspettare quella telefonata.
“Ho bisogno di aiuto”.
Guardai oltre la porta, in cucina. Alessandra spezzava i biscotti dentro il biberon di Matteo. Matteo picchiava la mano destra contro il piano del seggiolone, osservandosi attentamente il braccio e poi la mano, come a studiare la meccanica di un gesto inusuale.
“Cosa vuoi?”
Abbozzò una risposta che non capii, coperta come fu da una tosse grassa da fumatore.
Mia moglie mi guardò scuotendo leggermente la testa, per chiedermi chi fosse. Sussurrai “no” coprendo la cornetta e a lei sembrò bastare. A me quel “no” servì da interruttore, imponendomi di passare dal “tu” al “lei”.
“Cosa vuole?”
“Ho bisogno di soldi, per tornare in Italia”.
Feci un sorriso sarcastico al vetro della porta.
“Dove si trova?”
“In Messico. Devo andar via… rischio grosso”.
Continuava a tossire. Lo immaginavo invecchiato in una polverosa bettola messicana. I capelli bianchi e radi, non più ricci, appiccicati alla testa. Lo immaginavo gonfio, la pelle delle dita liscia e tirata. Una camicia a righe sporca e fuori, ad aspettarlo, una qualsiasi macchina sportiva ridotta a utilitaria. Magari la stessa che nel 1976 avevo visto sotto casa sua in via Sant’Euplio, la Porsche 924 che mi era parsa di un eroe, e invece era l’appendice fiammante di un malato.

Le case popolari di Nesima avevano i muri come le cialde dei coni gelato, cialde che si sgretolavano facilmente e lasciavano passare ogni rumore, fosse l’insulto volato nel corso di un litigio o la goccia di un lavandino che perdeva.
Mentre il vicino ascoltava la radio e papà dormiva nel letto che era stato dei nonni, la mamma venne a svegliarmi piano.
“Amore, svegliati…”
“No…”
“Non vuoi fare un giro con la mamma?”
Un giro con la mamma era quanto di più intimo, eccitante e liberatorio potessi figurarmi. Senza batter ciglio mi infilai la maglietta e i calzini, corsi in bagno a sciacquarmi la faccia e indossai le mie espadrillas blu. Feci tutto sotto lo sguardo pensieroso e intenerito di mia mamma, lo feci in silenzio perché sapevo che c’era qualcosa da nascondere e i segreti della mamma andavano difesi a tutti i costi.
Non so per quanto tempo camminammo, mano nella mano senza dire una parola. Credo un’ora, dai balconi claudicanti di Nesima al verde lussureggiante di Villa Bellini.
“Lo vuoi un arancino?”, mi chiese.
“E tu che cosa prendi?”
“Mi mangio anch’io un arancino, però al sugo”.
Entrammo da Savia. Il banco sporco di caffè, zucchero e rimasugli di granita, il pavimento pieno di cicche di sigaretta e tovagliolini accartocciati. Il mondo della mia infanzia. Ordinammo un arancino al sugo e uno al burro e andammo a sederci su una panchina di Villa Bellini.
“Adesso andiamo da un’amica della mamma”
“Chi è?”
“Un’amica con cui la mamma ha fatto la scuola”
“Il liceo?”
“Sì”
“Ed eravate tanto amiche?”
“Lo siamo, anche se non ci vediamo spesso”
“E perché non vi vedete spesso?”
Lasciò cadere la domanda. Aveva un modo triste di lasciar cadere le domande, che allora mi sembrava spietato.
Girammo in via della Posta e poi in via Sant’Euplio.
Nicola era appoggiato alla sua Porsche. Fumava guardando verso il Metropolitan, come stesse aspettando qualcuno.
“Marina bedda!”
Era brillante. Lo invidiai per la naturalezza con cui abbracciò mia madre e per il calore con cui lei contraccambiò l’abbraccio. Sbirciai dentro la Porsche dal finestrino anteriore. Mi carezzò i capelli, poi ci condusse dentro il palazzo.
La mamma mi indicò il chiostro. “Visto che bello?”. Era buio.
Salimmo lungo delle scale in pietra e arrivammo all’appartamento. Rosa sedeva su un piccolo divano in velluto. Non si mosse neanche quando ci vide. La mamma andò a sedersi accanto a lei e le poggiò una mano sul ginocchio. Non sapendo bene che fare, mi sedetti vicino alla mamma e incrociai le braccia. Lasciai vagare lo sguardo sui tappeti persiani, sugli specchi scuriti, sulle tende damascate. Feci di tutto per non incontrare lo sguardo di quel ragazzo spavaldo che mi stava di fronte, una mano in tasca e l’altra a stuzzicare una specie di binocolo appoggiato su un secretaire.
“Vieni con me”.
Allungò la mano nella mia direzione. Guardai la mamma.
“Dai, vai con Nicola che la mamma parla un po’ con Rosa”.
Rosa aveva l’aria di una che stava male spesso. Come seppi in seguito, il marito l’aveva lasciata tanti anni prima e non era per quello che stava male. O almeno, non esattamente per quello. Faceva l’avvocato penalista ed era molto conosciuta in città. Sei mesi dopo si sarebbe buttata da un abbaino del suo studio, schiantandosi sul marciapiede davanti a una gioielleria.
Mi lasciai prendere per mano e lo seguii.
“La macchina è tua?”
“Quale, la Porsche?”
“Quella che c’è sotto”
“Certo. Ho anche una Jaguar”.
Pensai che mi avrebbe portato a vedere le sue auto. Invece attraversammo un lungo corridoio ed entrammo in uno studiolo.
“Ti mostro le mie foto. Mettiti qui”.
Mi indicò un pouf. Era scomodo.
Le librerie sfioravano il soffitto e nella parte bassa erano chiuse. Aprì un’anta e tirò fuori un album. Prese la sedia della scrivania e si sistemò davanti a me. Gli arrivavo alle ginocchia. Mi porse l’album e mi invitò a sfogliarlo.
“Vedi qui? Sono con la mia fidanzata”.
Lui le stava dietro e la cingeva all’altezza della vita.
“Come si chiama?”
“Cristina”.
Con la testa vistosamente inclinata su un lato, Cristina ostentava i suoi lunghissimi capelli biondi e uno sguardo ammiccante.
“E quest’altra ragazza con i capelli scuri chi è?”
“La mia fidanzata”. Rise. Lo guardai contrariato, non tanto per la spacconata che allora compresi appena, quanto per il modo violento e repentino che ebbe di ridere. Fu come se un tubo marcio e intasato fosse riuscito a sfogarsi all’improvviso, come se il grumo di catarro, sapone e capelli avesse finalmente ceduto sotto una pressione durata anni. Eppure, guardandolo, lo trovavo bello.
Si chinò verso di me e mise la sua mano sul mio collo. Ero pietrificato. Portò la mano sulla mia guancia. La conteneva tutta. Non posso dire che mi afferrò la testa, ma in un attimo mi leccò le labbra.
Lo spinsi con entrambe le braccia. Il viso mi bruciava, gli occhi mi pulsavano impedendomi di mettere a fuoco lui e la libreria alle sue spalle.
Mi alzai a fatica e attraversai il corridoio barcollando. Quando la mamma mi vide si indispettì.
“Amore! Non vuoi giocare con Nicola?”
Non le risposi. Mi limitai a sedermi nuovamente accanto a lei.
“La mamma e Rosa devono parlare un po’ da sole…”.
Fece capolino dal corridoio, sorridendo tranquillo.
“Vai con Nicola che ti racconta sicuramente un sacco di cose divertenti…”.
Lo guardai. Si avvicinò a me, una mano in tasca come un attimo prima. Guardai la mamma che non sapeva nulla.
“Vai, ci vediamo tra un pochino”.
Lo seguii ancora una volta nello studiolo. Rimasi in piedi vicino alla porta, i pugni serrati. Lui si abbandonò sul pouf. Era a distanza di sicurezza.
“Sei magrolino”.
Si mise a sfogliare l’album. Sembrava annoiato.
“Scommetto che sei uno di quei bambini che a scuola nessuno vuole”
“E tu?”, provai a sfidarlo.
“Io invece ti voglio”.
Quando chiuse l’album e accennò ad alzarsi, gli voltai le spalle e uscii dalla stanza correndo.
“Allora?”, mi disse mia madre.
“Voglio stare qui con voi”
“Non puoi stare qui con noi, fa’ il bravo e torna da Nicola”
“Non voglio”.
Mia madre mi fulminò con lo sguardo. Rimasi immobile. Non so perché non le dissi nulla. Non so perché Nicola fosse certo che non le avrei detto nulla. Quante volte sarei dovuto rientrare nello studiolo, resistere e poi scappare? Feci marcia indietro ma mi fermai nel corridoio trattenendo il respiro. Passarono dei minuti lunghissimi in cui sentii mia madre piangere. Poi arrivò lui.
“Che ci fai qui? Di cosa hai paura?”
Si avvicinò tanto da spingermi contro il muro.
“Non ho paura”.
E su quelle parole sentii un rivolo caldo scivolarmi lungo la gamba sinistra. Provai a trattenere la vescica ma questa era ormai intorpidita come un arto nel sonno. La pipì uscì presto dai bermuda, raggiunse i calzini e andò a formare una piccola pozza sul pavimento.
“Ma che fai?!”, gridò. La mamma ci raggiunse subito. Visto il liquido giallo per terra alzò gli occhi al cielo e andò a prendere della carta igienica in bagno. Asciugò il parquet e, sbrigativamente, i miei polpacci e le cosce. Poi mi prese in braccio e tornò in salotto, considerando chiusa la questione. Non ascoltai nulla dei loro discorsi, rimasi solo in braccio a mia madre con le gambe penzoloni, un piede completamente immerso nella pipì che era rimasta dentro la scarpa e la mia prima erezione nascosta nelle mutande bagnate.

“So che anche tu sei stato un po’ di tempo qui in Messico”
“In Messico? Ma che dice?”
“Sì, me l’ha detto…”, farfugliò qualcosa. Mi aveva scambiato per qualcun altro. Tagliai corto.
“Quanto le serve?”
Afferrai il cappotto e uscii di casa senza dare spiegazioni. Allontanandomi in macchina scorsi Alessandra affacciata alla finestra che mi chiamava. Passai dalla banca e andai in posta. Fui costretto a fare più versamenti per aggirare il limite imposto dalla legge. L’impiegato mi guardava con gli occhi sgranati attraverso il vetro. Sudavo. Non capivo se ci stava provando, se gli facevo pena o se mi stava giudicando per una malefatta che aveva provato a immaginarsi. Quando gli allungai l’ultimo modulo mi sorrise. In quel sorriso vidi il volto di Nicola e poi quello di mio padre. Vidi i volti di tutti gli uomini a cui nella mia vita avevo teso delle banconote, e mi venne da vomitare.

Alessandra non mi fece domande. Provò solo ad avvicinarmi la sera a letto, ma ostentai un sorriso distante e mi girai dall’altra parte. Ci sono conti destinati a rimanere in sospeso e a frastornarci la testa fino alla fine dei nostri giorni. Debiti che una volta aperti non possono essere saldati, proprio quando una bella linea retta a pareggiare il bilancio è l’unico segno che vorremmo tracciare.

Contro me stessa

dicembre 8th, 2010 § 2 commenti

Voglio lottare contro la mia natura, contro la cura che mi viene facile e superflua e i meriti che non ho meritato. Voglio estirpare questa mia indole con violenza, perché conquista e mi lascia sola.

Non voglio essere amata da tutti. Mi fa fidare poco di me stessa: da qualche parte devo pur aver raccontato una bugia. Non voglio essere buona, perché vuol dire che nulla conta davvero, nulla fa la differenza. E non voglio perdonare, quando il prezzo è accorgersi di non sentire nulla.

San Raffaele del Monte Tabor

agosto 20th, 2010 § Lascia un commento

Prima lavoravo al Policlinico. Adesso l’interinale mi ha spedito qui a Segrate, al San Raffaele, che è un ospedale mezzo privato, non ho capito bene.

A parte la polvere negli angoli e la merda dei malati, che vi assicuro quelle sono sempre le stesse, qui è tutto diverso.

La mattina prendo una navetta che parte dalla fermata della metro di Cascina Gobba e ti lascia dentro l’ospedale. Quando dico dentro l’ospedale, intendo dire dentro l’ospedale, cioè dentro l’ospedale arrivano questi binari e c’è una fila di tornelli che una volta che li superi sei dentro l’ospedale. La navetta è automatizzata, che vuol dire che non la guida nessuno. Io la prima volta che l’ho presa m’è parso di andare a sciare, che a sciare non ci sono mai andato ma è così che me l’immagino.

Insomma quando superi questi tornelli sei dentro l’ospedale. Il primo giorno di lavoro mi son detto ho sbagliato, ho preso la navetta che porta all’aeroporto. Che davanti non ti trovi mica delle corsie con le barelle, ma una sfilza di negozi come  dopo il check-in: e il giornalaio e la libreria e la banca, il bar, il ristorante, il supermercato. C’è persino una pelletteria. Così i parenti dei malati possono fare i loro acquisti tra una visita e l’altra e i malati, quelli che riescono a camminare, possono concedersi qualche momento di svago. Certo non crediate che i loro sguardi siano meno persi e disperati di quelli dei malati degli ospedali normali. Anzi vederli aggirarsi tra la gente con le loro vestaglie e i loro pigiami fa un po’ lo stesso effetto di quando si vede un matto in ciabatte alla stazione, ma ormai mi sono abituato, che al Policlinico non era poi tanto diverso… il pudore è la prima cosa che ti dimentichi in un ospedale, sia che ci lavori sia che sei un malato.

Dicevo la prima volta che son venuto a lavorare ero convinto di essermi sbagliato, poi una collega mi ha recuperato e mi ha portato al padiglione centrale, da dove mi ha indicato l’ufficio del responsabile di noi inservienti. Nel padiglione centrale, che ha la forma di quelle chiese moderne, a onda, si trovano gli sportelli dell’accettazione. In certi periodi dell’anno, sulle pareti è indicato bello grosso il codice fiscale dell’ospedale. Sulle prime ho pensato che strano, con tutti i sistemi elettronici che ci sono oggi devono scriverselo sulle pareti il codice fiscale, ma poi ho capito che era per il cinque per mille, cioè per ricordare alle persone che se vogliono possono devolvere il cinque per mille al San Raffaele.

Il San Raffaele è un ospedale religioso, questo l’ho capito bene. Negli ascensori c’è scritto di non sporcare perché qui “si celebra il rito della sofferenza e della malattia”. Io non celebro proprio alcun rito, mi viene da pensare. Che quando pulisco il vomito verde di qualcuno, tutto mi sembra di fare tranne che celebrare un rito. Se ai dottori e agli infermieri gli sembra di celebrare un rito, questo non lo so, ma al malato se gli dici una frase del genere penso ti mandi proprio a fanculo, che essere occasione di santità per qualcuno penso preferirebbe stare al mare a farsi i fattacci suoi.

Questa invece è una cosa strana. I bambini al San Raffaele si divertono come i pazzi. Vengono qui con i loro genitori a trovare qualcuno e gli sembra di essere al parco giochi: si fanno le corse nelle gallerie dove ci sono i negozi, osservano le scritte del padiglione centrale e si ammazzano dalle risate. Tutti così, dovete credermi.

Insomma adesso sono tre mesi che lavoro qui, e ho realizzato una cosa, che se dobbiamo far finta che l’ospedale sia la montagna, l’aeroporto, la chiesa o il parco giochi, allora l’ospedale ci fa davvero paura.

Questioni di identità

agosto 16th, 2010 § 4 commenti

Stamattina ho lasciato Catania e sono tornata a Milano.

Alle otto e venti ho preso un volo Wind Jet e alle undici meno dieci ero già sulla porta di casa mia.

Catania era bollente già alle sette di mattina. Lo sbalzo di temperatura dal cemento del parcheggio all’area partenze dell’aeroporto mi ha ricordato in maniera brutale che stavo per salutare un’altra volta il mondo chiassoso e maleducato delle mie origini. Superati i controlli ho fatto un giro nell’area shopping, dove si trova una serie di negozi che dovrebbero rappresentare la Sicilia ma in realtà non fanno altro che addomesticarla e diluirla. Le ceramiche di Caltagirone sono vendute in venti metri quadrati di giochi di luce e deodorante per l’ambiente. Le mandorle e i pistacchi sono confezionati nella plastica sottovuoto e i cannoli disposti a formare fiori e ruote dietro vetri perfettamente trasparenti. Solo un illuso potrebbe camminare sul marmo bianco di quei negozi senza avere la sensazione di muoversi in un allestimento scenico, eppure stamattina, ancora accaldata e provocata nei nervi e nell’anima dal traffico catanese, in quei negozi mi sono sentita a mio agio, rassicurata. Trovo sempre così familiari i nonluoghi in cui mi capita di transitare, che credo di essere un nonluogo io stessa, sospesa tra tante e tali dimensioni da non riuscire a districarmi tra di esse.

Salita sull’aereo ho dovuto aspettare un bel po’ prima di sedermi, perché una famiglia carica di bagagli ben più ingombranti del consentito non riusciva a venire a capo della disposizione di tutti i familiari. Mi sono vergognata per loro, poi mi sono vergognata di me stessa che mi vergognavo per loro.

Ho passato tutto il viaggio a guardare fuori dal finestrino. Ogni volta mi stupisco di come dal finestrino di un aereo il mondo dei cartografi diventi reale: le colline increspano la carta e acquistano volume, i fiumi solcano il pantone 141 del terreno e le coste disegnano nette il confine con il mare. Preferisco viaggiare di notte, però, quando gli agglomerati urbani sono schizzi filamentosi di luci indistintamente arancioni e il mondo degli urbanisti, ridotto a scheletro elettrificato, acquista una razionalità a posteriori.

Una volta superata l’isola d’Elba il cielo è diventato immancabilmente nuvoloso e i volti delle persone hanno preso ad alternare la tristezza di chi torna a lavorare all’allarme da turbolenza e vuoto d’aria.

Quando mi chiedono di dove sono, rispondo Catania, anche se sono nata e cresciuta “al nord”. Lo faccio dai tempi delle elementari e credo che continuerò a farlo fino alla fine dei miei giorni. Attorno a Catania ho costruito la mia identità, farcita di racconti mitici e leggende familiari. Ogni estate devo entrare nel cortile di quella che è stata casa di mia nonna e toccarne le pareti esterne, devo registrare mentalmente ogni minimo cambiamento e memorizzarlo per l’estate successiva. Catania mi muove e mi commuove. Mi risponde… ma non mi corrisponde.

Rimettendo piede a Milano stamattina mi sono chiesta se per caso a corrispondermi davvero non sia questa Milano di ferragosto, con le pozzanghere del giorno prima illuminate da un sole pallido e intermittente, le strade attraversate solo dagli immigrati e gli autobus deserti.

Ho preso la 73 dopo una corsa di almeno cinquecento metri. Il conducente mi ha aspettato un minuto buono. Chissà da quante fermate portava il suo autobus vuoto e la compagnia di un’unica passeggera silenziosa dev’essergli sembrata un miraggio. Oppure, più semplicemente, avrà pensato che una Milano da frontiera come quella che attraversava da giorni lo sollevava tutto sommato dal rigido rispetto delle regole.

Scesa dall’autobus ho incrociato un pakistano che vendeva un cagnolino, abbandonato probabilmente da uno di quei vacanzieri senza cuore di cui si parla tanto alla radio.

Tutto è perfetto, ho pensato. Non voglio imbattermi in un milanese ora, non voglio sentire il suo accento disinvolto. Non voglio neanche che arrivi quella telefonata che aspetto da tanto tempo. Voglio solo restare così, in questa Milano che nessuno vuole ma che mi corrisponde.

Sicilia

agosto 10th, 2010 § Lascia un commento

Questa mia terra per cui è normale che la sabbia sia mescolata al petrolio. Terra di bagnanti tra limoneti e spazzatura. Bisogna amarla nonostante tutto, come si ama un cane che è stato bastonato troppo per potersi rialzare. Bisogna continuare a raccogliere le conchiglie e tornarci sempre con gli occhi di quando si era bambini.

Questioni irrisolte

luglio 15th, 2010 § Lascia un commento

C’è un nodo da qualche parte, o forse una mensola attaccata male. Qualcosa che dovrebbe sciogliersi o cadere del tutto. Bisognerebbe pulire i nostri filtri, togliere una ad una le schegge incagliate. Cucire i tagli e renderci alabastro su cui lasciarci scivolare.

Ranica

luglio 5th, 2010 § Lascia un commento

Casa dei miei si trova in un paese in provincia di Bergamo chiamato Ranica. A Ranica esistono una chiesa, un cimitero, il comune, una palestra, due campi da tennis, due banche, la posta, una gelateria, un alimentari, un negozio di abbigliamento e uno di scarpe, una profumeria, un tabacchi e tre bar.

Casa dei miei si trova esattamente lungo la strada che unisce la chiesa al cimitero, un percorso ideale dalla nascita alla morte dove tutto scorre tranquillo senza il minimo intoppo.

La mia infanzia l’ho giocata lungo quel percorso immaginando altre strade e osservando come da una bolla i miei coetanei, che si sbucciavano le ginocchia e andavano in bici a comprarsi le caramelle.

I miei sono siciliani e mentre dalla villetta di fronte giungeva un rumore di stoviglie che annunciava la cena, a casa mia si stava ancora digerendo il pranzo. Saranno stati gli orari sballati, dunque, a impedirmi di sintonizzarmi sulla normalità locale.

La cosa che sopportavo meno era andare a messa la domenica. Con mamma e papà eravamo sempre in ritardo ed era necessario entrare dai portoni laterali. Quando arrivava il momento di stringersi le mani, le mani cominciavano a sudarmi e l’idea di dover stabilire un contatto con gli sconosciuti che mi trovavo accanto diventava angosciante. Fatta la comunione, il sollievo era enorme perché ormai era chiaro che la cerimonia era finita. Ai tempi, scambiavo questo sollievo con la presenza di Cristo nel mio cuore.

Compiuti i diciotto anni e trasferitami a Bologna, la messa è diventata un prezzo da pagare alla famiglia per passare serenamente e senza discussioni inutili le feste comandate. Di anno in anno la chiesa è sempre più vuota, i pochi presenti sempre più vecchi, i canti sempre più barocchi. In fondo, lasciar vagare la mente durante le letture, ascoltare distrattamente l’omelia, guardarsi attorno e scrutare le facce, è diventato persino rilassante. Non faccio la comunione perché la noia che il rito mi infonde non si trasforma mai in mancanza di rispetto verso i bisogni e le domande cui esso cerca di rispondere.

L’ultima volta però è successo quanto segue.

Dall’abside sinistra il coro intonava un canto che non avevo mai sentito. I versi si facevano sempre più incalzanti, la musica riempiva la chiesa comunicando una gioia che, se apparteneva ai cuori di chi cantava, di certo non apparteneva ai volti degli astanti. Sembrava che quelle note volessero strapparci tutti al torpore cui eravamo abbandonati, ma in realtà non facevano altro che gettarci nello sgomento.

Ad un certo punto, proprio mentre quel delirio senza senso pareva giungere alla fine in un improbabile climax, un mugolio iniziò ad unirsi al canto. Una sorta di acuto soffocato e costante, un suono di origine umana ma dai confini quasi inorganici il cui volume, prima bassissimo e trascurato da tutti, si impose sul canto nel giro di una trentina di secondi, dettandone il tono. Gli occhi della gente esprimevano finalmente interesse e curiosità, quelli dei coristi allarme e incredulità. Tutti si guardavano attorno alla ricerca della fonte di quel suono, che sembrava arrivare da ogni luogo e da nessuno.

Quando l’ultima nota del canto si spense, la chiesa venne invasa da un silenzio spaventoso. Il parroco attese qualche istante prima di riprendere, e non fece in tempo. Qualcosa cadde in un tonfo ai piedi di un banco, che prese a cigolare come un cagnolino. Una ragazza sulla trentina si era lasciata cadere sulle ginocchia. Si trovava pochi banchi davanti al mio e vidi tutto. Si mosse carponi fino al corridoio centrale e iniziò a piagnucolare. “Non ce la faccio, scusate… scusate… scusate…”. Qualcuno la guardava sofferente. Nessuno osava avvicinarsi o dire qualcosa. Solo dopo qualche minuto arrivò una perpetua, che sollevò la ragazza e l’accompagnò fuori dalla chiesa sorreggendola.

Il parroco riprese ad officiare il rito come se nulla fosse accaduto. Il corso esteriore degli eventi non venne sconvolto, ma la mente dei presenti, mentre le labbra pronunciavano preghiere e le mani compievano gesti, correva alla deviazione che si era appena consumata sotto gli occhi di tutti.

Chissà dov’era adesso quella ragazza. Chissà qual era la sua vita e di cosa aveva voluto scusarsi. Le volte della chiesa, le sue rappresentazioni incorniciate saranno state troppo pesanti per lei. Qualcosa in lei si era scollato.

Ricordo che quando andavo a catechismo tutto mi sembrava scollato, come se avessi saltato la lezione precedente o avessero organizzato un incontro segreto a mia insaputa. Non c’era un filo che collegasse le parole, non c’erano nodi cui aggrapparsi, solo una distesa piatta di nozioni cui aderire. Alle due e mezza del sabato lasciavo mia madre in cucina davanti alla tv, intenta a seguire le ultime vicende di Topazio la brasiliana. Le storie di quella telenovela avevano per me molto più senso di quelle che ci raccontavano a catechismo. Camminavo verso l’oratorio ripetendo mentalmente l’Atto di Dolore, che non mi è mai entrato in testa. Quando arrivava il momento di recitarlo, durante la confessione, iniziavo a bisbigliare una serie sconclusionata di parole. Il prete non diceva nulla e mi assolveva.

Ancora oggi penso alla comunità, di qualunque tipo essa sia, come ad un progetto che ti si spalanca davanti con una violenza inaudita. Ti accoglie a braccia aperte in un gesto di benevolenza soffocante, che genera inadeguatezza e la convinzione che qualche rotella, in te, non gira come si deve.

Ma il cielo è sempre più blu

giugno 8th, 2010 § Lascia un commento

Ieri mattina, verso le undici, aspettavo alla stazione di Bergamo che un’amica mi passasse a prendere. Il sole splendeva, condizione meteorologica rara a Bergamo, e i passeggeri in arrivo da Milano, gli studenti, gli autisti d’autobus, i tassisti, persino i tossici sorridevano come fosse un giorno di vacanza dalle preoccupazioni di sempre.

Mentre scrutavo Viale Papa Giovanni alla ricerca di cambiamenti nelle file d’alberi, nel traffico cittadino o nelle vetrine dei negozi, mi è passato davanti un uomo.

Quell’uomo somigliava in maniera sorprendente al mio ex suocero. Gli somigliava nel riporto, nella postura arrogante, nei calzoni blu navy. Così, quando il suo sguardo si è posato su di me prima in virtù della disattenzione civile, poi per una volontà insistente, non ho potuto fare a meno di contraccambiare lo sguardo con particolare disgusto.

Persa ancora nel cortocircuito che legava la prepotenza di un suocero che non ho mai amato allo sguardo bramoso di quell’uomo, ho continuato a seguire i suoi spostamenti.

Dopo aver scambiato due chiacchiere con il sosia di John Malkovich fermo all’angolo, l’uomo è tornato indietro, mi ha fissato un’altra volta ed è entrato in stazione.

Accantonato il turbamento, ho ripreso a godere della gioia che le strade e le persone continuavano a trasudare, per nulla seccata dal ritardo della mia amica.

Dopo qualche minuto, però, l’uomo col riporto è uscito dalla stazione, accompagnato dalla persona che evidentemente era venuto a prendere: una ragazza di colore né brutta né bella, con i capelli corti, una camicetta azzurra con le maniche a sbuffo e un paio di jeans strettissimi che aderivano al sedere.

Era una ragazza comunissima, timida. Mentre l’uomo la guardava e le parlava con un sorriso appiccicoso, lei guardava altrove, senza esprimere ribrezzo né compiacimento. Accanto aveva l’uomo che l’avrebbe portata a letto e l’avrebbe umiliata con le sue richieste. Probabilmente pensava al suo ragazzo, alla sua famiglia, o più semplicemente al fatto che con quell’uomo era capitata davvero male. Di certo era una delle prime volte che si faceva pagare.

I due hanno attraversato la strada e hanno raggiunto un pick-up verde. Davanti alla portiera lui le ha afferrato un polso e ha smesso di sorridere. Ha aperto la portiera e alzandole leggermente il braccio l’ha fatta sedere. Nell’istante in cui ha chiuso la portiera, un tassista ha fatto partire la radio. La voce rauca di Rino Gaetano ha preso a cantare Ma il cielo è sempre più blu.

Il cielo, in effetti, era blu come non mai. Dopo una sgommata del pick-up, la macchina della mia amica ha accostato al marciapiede dove stavo aspettando. “Hai visto che giornata pazzesca?”, “E’ una giornata davvero pazzesca”, ho risposto io.

Amianto

febbraio 23rd, 2010 § Lascia un commento

Un mondo intessuto di amianto è quello che i miei occhi colgono di sbieco, quando mi concentro sulla coda e non sul centro. Un mondo intrecciato da mani sicure e rassicuranti, ma sporche. Un mondo progettato da menti economiche avanzate, ma immorali. Un mondo che è un errore che non si può ammettere.

L’amianto non è nascosto a nessuno. Copre i tetti delle nostre case e lo respiriamo come una norma data. E’ un rimasuglio che continuiamo a mangiare, una colpa che ci troviamo addosso e non riusciamo a lavare.

Questo il mondo che mi appare quando mi concentro sulla coda e non sul centro.

L’opzione della deriva

febbraio 10th, 2010 § Lascia un commento

Quando vogliono farmi un complimento sincero e profondo, mi dicono che sono una persona equilibrata. Che possiedo una misura interiore di me stessa e delle cose e che so valutare quanto mi circonda con rispetto. Che affronto le crisi senza scivolare. Sono talmente abituata a indossare questo vestito che gli altri hanno cucito per me, da non riuscire più a distinguere dove finisca la stoffa e dove cominci la pelle.

Quando il vestito stringe troppo e sono in vena di provocazioni, amo dichiarare che l’equilibrio implica sempre una qualche forma di cecità, un’elegante disinvoltura nel chiudere gli occhi davanti ai pericoli incombenti.

Se questo è vero, il piacere più grande e rischioso per noi equilibrati sta nell’abbassare le difese. Tutti noi abbiamo una zona franca in cui esporci alla possibilità del crollo, qualcosa che puntualmente ci tende l’agguato trovandoci inermi.

Il mio ambiente controllato sono i libri e i film. Certuni è come mi spingessero giù dal tetto per trattenermi solo all’ultimo momento. Stamattina, leggendo un passaggio di Progetto Vietnam in cui il protagonista descrive la guerra come una ferita infetta, ho iniziato a sentire un vuoto sotto lo sterno. Per un attimo ho immaginato di sfiorare la carne aperta della ferita fino a sporcarmi le dita, fino a stare male… poi ho lasciato che l’immagine andasse in dissolvenza, e sono tornata a leggere. Molto tempo fa ho dovuto interrompere la visione di Fuoco cammina con me perché dopo le prime scene ha iniziato a mancarmi il respiro. L’attesa costante di un mostro normalissimo che si nasconde dietro i divani era troppo anche per il mio ambiente controllato.

In questi giorni si discute animatamente di un film horror che procurerebbe attacchi di panico. Il film è Paranormal Activity e a discutere sono i giornalisti di costume delle principali testate italiane e buona parte della nostra classe dirigente. Secondo il ministro Bondi e l’onorevole Mussolini il film andrebbe vietato ai minori di diciotto anni. Evidentemente, mi viene da pensare, c’è qualcosa che non va in noi. Se le grida disarticolate che ci giungono al caldo di una sala cinematografica sono sufficienti a far saltare il nostro equilibrio, vuol dire che siamo delle impalcature fragili e precarie. Se delle immagini sgranate sono in grado di funzionare come un gancio che tira i fili annodati delle nostre viscere, vuol dire che le nostre viscere sono piene di grumi, di vuoti e di pieni che aspettano solo di crearci scompensi. Evidentemente, mi viene da pensare, c’è qualcosa che non va, ma anche qualcosa che funziona ancora: nel mondo razionale e ordinato in cui ci muoviamo c’è ancora una via di fuga, non tutto è represso. Qualcosa può ancora saltare. L’opzione della deriva ci è ancora concessa.

Così, non biasimo i censori. Quando mia sorella stava male, speravo sempre non venisse a sapere di certi fatti di cronaca, volevo nasconderle la violenza perché non si facesse domande scomode. Ma sono felice al pensiero che chiunque possa scaricarsi Paranormal Activity, perché vuol dire che possiamo ancora metterci alla prova e lasciarci smontare.

Johnny

novembre 9th, 2009 § Lascia un commento

Johnny è una persona poco raccomandabile.
Se fa cose buone, è solo laddove gli viene estremamente naturale farlo. L’etica è scelta, sforzo, sacrificio. Per Johnny l’etica è solo un automatismo, un riflesso incondizionato. Insomma ha la valenza di un rutto.
Se non fa cose estremamente cattive, è solo perché gli sembrano prive di senso estetico, o stupide. O entrambe le cose.
Se non fa del male è per dimenticanza. Come non si ricorda di fare del bene, non si ricorda di fare del male.
Non ci si può aspettare amore da una persona come lui. Non ci si può aspettare nemmeno odio.
Johnny è tesi che non conosce antitesi e sintesi, è prima di ogni relativismo.
Johnny è la quintessenza dell’innocenza. Diffidate dunque delle persone innocenti.

Nichilismi di coppia

novembre 4th, 2009 § 2 commenti

Una mattina qualunque in un condominio qualunque.

Al primo piano Toni si sveglia col profumo di caffè. Laura, sua moglie, si è svegliata un quarto d’ora prima per preparargli la colazione. Com’è fortunato Toni. Andrà di là e Laura l’accoglierà con un sorriso. Gli verserà il caffè e gli taglierà una fetta della torta che ha preparato apposta per lui ieri sera.
Toni si alza, controlla la pistola, indossa la divisa e raggiunge Laura in cucina.
La tavola è apparecchiata fin nei minimi dettagli, l’acqua è nella brocca trasparente che Laura ha comprato durante il viaggio di nozze a Creta, i biscotti nella scatola di latta che andrà ad aggiungersi alla collezione che Laura fa da quando ha sedici anni.
Toni guarda sua moglie con orgoglio. Ogni giorno lei lo rende migliore, lo spinge a correggere i suoi difetti e a superare i suoi limiti. Grazie a lei ha imparato a riconoscere le persone che vale la pena frequentare e a non sbagliare i congiuntivi quando è a cena in compagnia. Senza Laura Toni non sarebbe nessuno.
Finita la colazione, mentre Laura sparecchia velocemente, Toni va in bagno a lavarsi i denti. Spreme il tubetto di dentifricio alla malva che Laura adora, bagna le setole dello spazzolino e si piega sul lavandino. Piegandosi, però, avverte una strana sensazione all’altezza del coccige. Qualcosa urta contro la cintura e Toni cerca di capire di cosa si tratta. Alza la camicia fresca di bucato e toccandosi sente una placchetta in legno. Gira spaventato le spalle verso lo specchio e si accorge con orrore che dalla placchetta in legno sale lungo la schiena una corda sottile, la cui estremità, penzolante al di fuori del colletto, è attaccata a un piccolo bastone. Toni non ne è affatto sicuro, ma pare si sia trasformato in un burattino. In un riflesso incondizionato cerca di portare la mano alla fondina, ma qualcosa che tira lungo il braccio gli impedisce di farlo.

Due piani sopra Vanessa ha appena aperto gli occhi. Marco dorme accanto a lei. È bellissimo. Stanno assieme da due anni, ma per Vanessa trovarselo accanto ogni mattina è come accorgersi di aver conquistato il ragazzo più sexy della scuola senza esserne all’altezza. E’ come esser piombata nella vita di qualcun altro con la sensazione di poter essere smascherata da un momento all’altro.
Ieri Vanessa e Marco hanno fatto tardi, eppure Vanessa non è certa di essersi divertita. Sono stati ore sui divani bianchi di un locale minimal a parlare con degli amici in comune, ma tutto quello che Vanessa ricorda è che era in compagnia di Marco. Lo guarda. Avrebbe voglia di fare l’amore, ma sa che Marco non vuole essere svegliato. I suoi capelli sudati, gli zigomi scolpiti e appena arrossati, la bocca che sembra sussurrare qualcosa… l’immagine di Marco è per Vanessa qualcosa di schiacciante, un’evidenza che la inchioda e le impedisce di riflettere. Vanessa è inchiodata eppure ha la sensazione di continuare a inseguire qualcosa. Corre ma è ferma. Non ha modo di capire se ciò che insegue è ciò che vuole davvero. Nonostante i due anni passati assieme, Vanessa non riesce a voler bene a Marco. Lo ama, lo odia, ma non riesce a volergli bene. È qualcosa che non osa confessare a nessuno, nemmeno a se stessa.
Nella semioscurità Vanessa sceglie gli abiti da indossare. Infila la camicia e inizia ad abbottonarla. Va davanti allo specchio perché le sembra di aver cominciato dall’asola sbagliata. Cerca le mani nello specchio, ma non le trova. Cerca nervosamente i bottoni, l’orlo della camicia, ma non trova nulla. Si guarda, si tocca le braccia, la pancia, e tutto è ancora al proprio posto, ma alzando lo sguardo verso lo specchio quello che trova è solo la schiena di Marco coperta dal piumone. Appoggia le mani sulla faccia, si tira i capelli, ma niente da fare: il suo corpo non riflette alcuna immagine, nello specchio Vanessa non trova alcuna Vanessa.

Tendendo l’orecchio potremmo pensare di sentire uno sparo al primo piano, o un rumore di vetri andare in frantumi, ma non sentiremo nulla. Potremmo persino immaginare un incontro tra Toni e Vanessa, uno sguardo in ascensore e la possibilità di un cambiamento, ma un uomo ridotto a burattino e una donna che non trova la propria immagine allo specchio non provano alcuna attrazione l’uno per l’altra, e comunque insieme non generano nulla di buono.
La verità è che Toni si abituerà presto alle corde attorno al proprio corpo e Vanessa imparerà ad abbottonarsi la camicia e a truccarsi e a passare davanti alle vetrine senza cercare la propria immagine riflessa.

L’ultima corsa

ottobre 13th, 2009 § Lascia un commento

Eccola uscire dalla porta a vetri. Piove da giorni ormai, e continuo a immaginare la pioggia sulla sua bocca.

Ed ecco l’uomo accanto al quale realizza la perfezione. La giacca appoggiata sulle spalle, la montatura degli occhiali nera. Ha qualcosa di diverso dagli altri uomini che lavorano qui, qualcosa che non so dire, ma la sua diversità, la loro diversità, è sotto gli occhi di tutti.

Provo a non guardarli. Mi sforzo di leggere il libro che mi ha regalato, ma alle parole si sovrappone l’immagine della sua bocca riflessa nello specchietto retrovisore.

L’ultima corsa della giornata, e sarei tornato a casa. Guardava fuori dal finestrino con la mano appoggiata sulla borsa, sembrava stanca, o triste. Allora ho attaccato con il mio umorismo, quello imparato in tanti anni da barista, cuoco, animatore. L’ho divertita, le ho fatto tenerezza. E così è cominciato tutto.

Parlano sotto l’ombrello. Sono eleganti, ma di un’eleganza diversa da quella delle persone che ogni giorno porto a casa, in centro, all’aeroporto. E’ una magia che non posso neanche comprendere, con tutti gli abiti che potrò mai comprare, con tutti i libri che potrò mai leggere.

Lui tira fuori le chiavi, lei sorride. L’accompagnerà a casa anche stasera. Vanno verso il garage. Anche stasera il suo rossetto rosso è una striscia sottile di colore che compare e scompare nel grigio. Ma ora lui scende le scale, mentre lei resta a guardarlo. Non lo segue. Lo saluta con la mano e cambia direzione… si avvicina… eccola qui.

L’ultima corsa della giornata, maledizione. Avrei dovuto far finta di nulla, avrei dovuto guardare altrove. Invece l’ho supplicata di salire, l’avrei portata a casa per l’ultima volta. Quando ho fatto partire il tassametro non ha detto nulla. E’ stato come appiccare un incendio sperando lo spegnesse… ma non l’ha spento. Con la coda dell’occhio ha guardato la mia mano premere il pulsante, poi la luce verde accendersi. E non ha detto nulla. Ho iniziato a innervosirmi. A parlare sputando. Aveva paura ma non diceva nulla. Restava immobile, impassibile. L’ho sentita così lontana, così diversa. Ho cercato di avvicinarla a me afferrandola per il braccio, la gamba, la testa. Solo allora ha preso a piangere. Le sue lacrime mi hanno tranquillizzato per una manciata di secondi. Poi è arrivato quello sguardo. L’angolo interno delle sopracciglia leggermente alzato, la pupilla dilatata. Provava pena. Allora le ho stretto la mano intorno al collo, l’ho guardata anch’io con pena per quello che le avrei fatto e continuando a guidare le ho sbattuto la testa contro il cambio. E’ stato un attimo. Il sangue ha cominciato a uscire, prima piano, poi velocemente. Così profondo, come la sua bocca. Ho continuato a guidare per ore, la mano intrecciata ai suoi capelli bagnati, il busto di lei piegato accanto a me.

Nel suo mondo le cose accadono come logica conseguenza di altri eventi. Tutto è razionale e sensato, prevedibile ed educato. Nulla può andare storto. Non c’è spazio davvero per lo squallore, la bruttezza, la malattia, la violenza. Nel mio mondo la vita e la morte si decidono in un istante cieco e irreversibile, ogni giorno. L’ho riportata al mio mondo, con cui si era mischiata solo per gioco. L’ho riportata al mio mondo, dove il gioco non è consentito.

Il pesce senza forma

giugno 22nd, 2009 § Lascia un commento

Nella vasca centrale dell’Oceanario di Lisbona si trova un pesce dalle dimensioni enormi, un pesce orrendo dal corpo calloso. Le pinne sono due piccole escrescenze asimmetriche che lo fanno avanzare lento, sbilenco. Gli occhi si aprono sotto una pinna e sotto gli occhi si spalanca la bocca. In questa sequenza di buchi e protuberanze, l’ordine potrebbe essere sconvolto senza modificare il risultato. Il pesce procede verso il vetro con un’espressione fissa e stupida. Sembra immobile. Esso non è altro che una cosa, eppure vive.
Fa senso per la sua totale mancanza di senso, o per il troppo senso sprecato.
Nella stessa vasca nuota uno squalo. Bello, veloce, elegante. Orientato all’obiettivo. Lo squalo con la sua cattiveria non pone domande e il pensiero lo addomestica facilmente. Probabilmente, se accanto al pesce senza forma non nuotasse lo squalo, la visione dell’Oceanario di Lisbona sarebbe insostenibile.

Gli oggetti

giugno 22nd, 2009 § Lascia un commento

Non è vero che gli oggetti portano le tracce della nostra vita. In essi non si condensa alcunché. Oggetti che per lungo tempo abbiamo associato a una persona, all’improvviso perdono di significato e noi li guardiamo come imbambolati, stupiti, se proprio, di tanto vuoto.

Gli oggetti non evocano alcun ricordo. Sono pietre senza anima coinvolte in una cronaca grigia. Sanno dirci soltanto della loro esistenza e della prepotenza con cui resistono.

Cose da fare

maggio 25th, 2009 § 1 commento

Un altro giorno nel ruolo di Direttore Relazioni Esterne.
Farò colazione leggendo Il Corriere, poi Il Foglio.
Saluterò mia moglie, che andrà a scuola e non dovrà recitare alcun ruolo, ed entrerò nella mia BMW X5. Detesto questa macchina enorme che odora di nuovo da due anni.
Arrivato a lavoro farò un sorriso al custode del garage, alla receptionist, alla donna delle pulizie che incrocerò nel corridoio del dodicesimo piano, alla segretaria, e finalmente potrò rilassare il volto davanti allo schermo spento del mio computer. A quel punto, la parte migliore della mia giornata sarà passata. La segretaria mi annuncerà telefonate che non potrò evitare. In alcune dovrò ostentare tutta la mia autorevolezza, in altre mi mostrerò accondiscendente. Con certi manterrò un tono formale, con altri mi concederò qualche parolaccia. Quando il Direttore Marketing passerà dal mio ufficio, troverò cinque minuti per parlare con lui del Milan, per fargli capire che abbiamo molto in comune. Alla collaboratrice che mi porgerà l’ennesima presentazione farò un complimento. Sulla pettinatura. La farò sentire apprezzata. E’ per questo genere di cose che si sentono apprezzate.
Oggi fa caldo, la camicia appesa fuori tutta la notte non mi dà alcuna frescura. La cravatta stringe, come sempre.
Non odio le persone con cui ho a che fare, in esse non trovo nulla da odiare. A volte sento ridere la mia collaboratrice, di là nel suo ufficio, a volte la sento piangere. Non è utile chiederle il motivo, specie se ho uno speech da finire.
Quello che odio è arrossire quando fanno delle battute. Il più delle volte non ho seguito il filo del discorso e dunque non capisco il motivo per cui rido. Se lo capisco, sto già pensando ad altro. Nessuno si accorge di niente, ovviamente. So come sembrare presente. Solo quel maledetto rossore… dovrò pensare a qualche battuta autoironica da usare in casi di estrema necessità, se qualcuno dovesse mai accusarmi di essere in imbarazzo, o che so io.
I lacci di queste scarpe… sono troppo sottili, mi sfuggono dalle dita.

Scopro ora, davanti ai cancelli chiusi dell’azienda, che è domenica. Mi chiedo perché mia moglie non mi abbia fermato. Siedo in questa maledetta macchina che odora di nuovo da due anni e prendo a pugni il volante come se potesse servire a qualcosa. Scendo dalla macchina per tirare una boccata d’aria. La tangenziale è piena di gente che va al lago. Un gruppo di ciccioni fermi davanti al sexy shop mi osserva con sospetto. E se anch’io andassi al lago? Mi basterebbe rientrare in tangenziale… Mentre mi immagino su una panchina a seguire con lo sguardo i motoscafi che planano sull’acqua, vedo qualcuno corrermi incontro da dietro le sbarre. “Dottor Mariani, venga! Le apro!”. Il custode mi apre il cancello laterale. Resto a guardarlo per qualche istante. Salgo in macchina e accendo il motore. Aspetto, come se dovesse scaldarsi. Il custode mi fa segno di entrare. Insiste. Varco l’ingresso lentamente. Dopo tutto, lavorare di domenica sarà molto produttivo.

Normalizzazione

maggio 4th, 2009 § Lascia un commento

È per questo che mi cercano gli amici. Se hanno un problema di tipo sessuale, relazionale, lavorativo, sanno di trovare in me la persona che li aiuterà a vedere tutto sotto una nuova luce: quella della normalità.

Perché assorbite dalla norma, le vicende dei singoli diventano meno preoccupanti, i destini meno tragici. Nascosta nella norma, l’irreparabilità delle situazioni non ha più bisogno di colpe e l’angoscia svanisce. Eccezioni e perversioni smettono semplicemente di essere tali e il risultato, provare per credere, è estremamente tranquillizzante.

Nel riportare tutto alla norma, possiedo la precisione classificatoria di un entomologo. Mi munisco delle migliori lenti, osservo, analizzo, catalogo.

Se l’oggetto di studio sono io, non perdo certo in lucidità. Riesco a parlare delle peggiori disgrazie, le mie, come se riguardassero un perfetto estraneo o appartenessero  alla sceneggiatura di una fiction neanche tanto coinvolgente.

Solo, ogni tanto mi viene il dubbio che in questo movimento dal particolare all’universale qualcosa vada perduto. Ancora non ho capito cosa, ma ci sto lavorando. Anzi, vado a prendere le lenti.

L’omino col buco al centro

aprile 27th, 2009 § 1 commento

C’era una volta un omino con un buco al centro. L’omino con il buco al centro era nato a Nola, figlio di un funzionario di banca e di una casalinga. Quando era nato, nessuno si era accorto del buco, perché questo era così piccolo che a stento avrebbe potuto passarci un ago col filo. Pian piano il buco si era allargato, fino a quando la mamma non aveva più potuto negare l’evidenza: l’omino col buco al centro aveva proprio un bel buco al centro, del diametro ormai di una cannuccia. Ogni volta che la famiglia dell’omino col buco al centro si spostava in una nuova città, per seguire il papà che veniva trasferito di qua e di là, ecco sorgere lo stesso problema: e mi sembri uno di quei giocattoli che si danno da mordere ai bambini per lenire il fastidio ai denti, e mi sembri un braccialetto etnico con un omino attorno… farsi accettare dai compagni di classe e da tutti gli abitanti era insomma fonte di grandi patimenti. Finché un giorno, a ventidue anni, quando il buco al centro era diventato grosso come una teglia adatta alle torte già pronte, l’omino col buco al centro aveva incontrato una ragazza e si era innamorato. Questa ragazza non era tanto bella, e nemmeno tanto intelligente. A dire il vero, non era nemmeno tanto simpatica. Eppure, l’omino col buco al centro si era innamorato di lei e dopo un breve corteggiamento era riuscito a conquistarla. Qualche mese di pura passione e i due erano andati a vivere assieme. La mamma e il papà dell’omino col buco al centro erano partiti alla volta dell’ennesima città e lui era rimasto dov’era assieme alla ragazza non tanto bella. I due si divertivano un sacco: giocavano alla play station, guardavano i telefilm, ogni tanto litigavano. E per magia era accaduto l’inaspettato: il buco aveva smesso di allargarsi. Simile a un cerchio del simbolo delle Olimpiadi, si era fermato. Solo che, da quel momento, la ragazza non tanto bella aveva preso ad annoiarsi, accusando l’omino col buco al centro di essersi seduto, di esser diventato insensibile e indifferente alle cose. E una mattina di novembre, col cielo grigio e la pioggia fastidiosa, l’omino col buco al centro si era svegliato in un letto vuoto. Chiuso in casa per giorni e giorni, depresso come mai gli era parso di essere, l’omino col buco al centro aveva visto il proprio buco tornare a dilatarsi in maniera preoccupante: ormai era grosso come un hula hop. Doveva fare qualcosa. Andare in giro a divertirsi, fare un corso di karate o di fotografia, conoscere qualche altra ragazza non tanto bella. E così aveva fatto, con l’effetto di rallentare l’inesorabile espansione del buco al centro. Solo che, a furia di brigare a destra e a manca, l’omino col buco al centro era finito col trovarsi in una spiacevole situazione. Da quel dì, infatti, per l’omino col buco al centro era diventato del tutto impossibile non fare niente. Se, poniamo, l’omino col buco al centro stava sdraiato sul letto senza leggere un libro o senza guardare la tv, così, a guardare il soffitto, ecco manifestarsi un’istantanea e abnorme dilatazione del buco. Oppure se, camminando per strada, egli si distraeva un attimo, dimenticando di parlare al cellulare o di fumare una sigaretta, ciondolando e basta, guardando la punta delle scarpe avanzare sul marciapiede, ecco che il buco si allargava in maniera mostruosa e incontrollabile. E così, l’uomo col buco al centro aveva continuato a vivere senza fermarsi un istante, in attesa che la lenta espansione del buco al centro arrivasse al limite, e di lui non restasse che una sottile membrana che vibra attorno a un vuoto.

Angelica

aprile 6th, 2009 § Lascia un commento

Ieri ho aiutato mia nipote Angelica a fare i compiti. Ha sei anni e sta imparando a leggere e a scrivere. E noi siamo convinti di imparare qualcosa all’università, ho pensato. Siamo convinti di imparare qualcosa leggendo un libro e ci diciamo “non si smette mai di imparare”. Osservando mia nipote che si sforzava di ricordarsi come si fa la “r” in stampato maiuscolo, in stampato minuscolo e in corsivo, ho capito che tutta la nostra sapienza è nascosta nel gesto di una firma, nella naturalezza con cui scriviamo la lista della spesa, nella noncuranza della nostra calligrafia.
E poi è successa una cosa. Non ricordando come si fa la coda della “o” – sì perché le lettere hanno un attacco e una coda -, Angelica ha scritto “vaglia” invece di “voglia”. Le ho detto che nella parola c’era un errorino, e lei, intuendo dov’era il problema ma non riuscendo a risolverlo, ha cancellato “vaglia” e scritto un “voglia” che ai miei occhi era perfetto, ma che la maestra le avrebbe sicuramente corretto perché, essendo la “g” tutta attaccata alla “o”, quel “voglia” si faceva beffa di tutta l’annosa questione “‘a’ coda bassa – ‘o’ coda alta”. Quando ho fatto notare la cosa ad Angelica, lei si è messa a piangere per la frustrazione, ha iniziato a dire che la maestra ne sapeva più di me e che la “o” si scriveva proprio come l’aveva scritta lei. Non potevo dirle che ai miei occhi la sua “o” era incantevole, meravigliosa, perché questo è quello che fanno le zie narcisiste cui non importa nulla delle conseguenze delle loro uscite estrose. Comunque. Mentre Angelica piangeva, mia sorella ci ha chiamato per il pranzo. Seduta sulla panchetta della cucina, Angelica evitava di guardarmi e se lo faceva ostentava un’espressione da “sono profondamente offesa”. Verso la fine del pranzo, però, si è alzata. E’ andata in camera sua e dopo qualche minuto è tornata con il suo quaderno giallo. L’ha aperto alla pagina dei compiti e tutta sorridente mi ha mostrato il dettato. Nel “voglia” che aveva scritto faceva capolino una “o” ineccepibile, con tanto di coda alta che la collegava alla “g”. Nel suo sorriso non c’era traccia di sfida, né di orgoglio. Angelica era semplicemente felice di aver capito e di condividere con me quello che aveva capito.
Un gesto normale, complicatissimo. Perché, forse, il problema degli adulti non è tanto nella mole limitata di quello che imparano nel corso della loro vita, ma nell’immensa importanza di tutto quello che dimenticano.

Il mio estetista è nato pronto

aprile 3rd, 2009 § Lascia un commento

Il mio estetista è nato pronto. Ovviamente non è lui a farmi la ceretta, ma è lui a gestire l’esercizio e ad accogliere le clienti. Quando dalla vetrina mi intravede in lontananza, aspetta che io arrivi davanti alla porta e, un istante prima che io sfiori il campanello, tac! ha già aperto la porta. Lo fa ogni volta, e immagino lo faccia con ogni cliente. Tiene tantissimo a questo gesto, lo si capisce dal sorriso con cui ti riceve, dalla barba ben fatta, dalla polo de La Martina fresca di bucato, dalle innumerevoli offerte con cui cerca, con grande successo devo ammettere, di promuovere la sua piccola attività. Così, mentre la sua dipendente mi fa la ceretta, non posso fare a meno di immaginarmelo come un ragno al centro della tela, che scruta la piazza di Cologno in attesa dell’arrivo della prossima preda. Freddo, deciso. E sempre mi chiedo: come si sentirebbe se una volta, proprio giunta davanti alla porta, al suo tac! invece di entrare proseguissi dritta verso il tabacchi?
Nella mia vita ho incontrato tante persone fatte come il mio estetista. Una in particolare. E di una cosa sono certa ora, che quando incontrerò questa persona di nuovo, proseguirò dritta verso il tabacchi.

The Truman Show

marzo 23rd, 2009 § Lascia un commento

A volte mi sento come se avessi squarciato il fondale e oltrepassato le quinte. Prima, un mondo di parchi giochi, parchi a tema, sale giochi, centri commerciali, multisala. Ora, un immenso spazio aperto. Senza muri o recinti a contenere, tutto sembra deserto. Nulla. Wiser, but sadder.

C’era una volta 2

marzo 12th, 2009 § Lascia un commento

Ieri sera, di ritorno da un’estenuante giornata di lavoro, sono rimasta fuori casa perché la mattina avevo dimenticato le chiavi. Ho dovuto aspettare il rientro della mia coinquilina per due ore, seduta sulle scale condominiali, sfogliando la Repubblica e ascoltando il vicino che cercava di coinvolgere la moglie nel commentare Inter-Manchester. A farmi compagnia, un gatto che non avevo mai visto e che mi guardava con compassione.

C’era una volta

marzo 11th, 2009 § Lascia un commento

Ieri sera sono uscita di casa e ho dimenticato di chiudere a chiave la porta.
Sono salita sull’ascensore, e ho premuto terra senza chiudere le porte.
Sono salita in macchina, ho ingranato la retro e anziché frenare prima di toccare la macchina dietro, ho premuto la frizione.
A casa di Gea, mi sono addormentata sul divano abbracciata al gatto e ho passato così tutta la serata.
Sono andata a riprendere la macchina, e ho sbagliato macchina. Giuro. Ho inserito la chiave nello sportello e ho aperto un’altra Ka blu. La mia era venti metri avanti. Accortami dell’errore, ho richiuso lo sportello, questa volta a chiave che non si sa mai, e sono andata verso la mia macchina.
Finalmente sono arrivata a casa, mi sono struccata e messa a letto.
Poi ho fatto un sogno.
Uscivo di casa, chiudevo a chiave la porta, salivo sull’ascensore, richiudevo le porte alle mie spalle e premevo terra. Salivo in macchina, facevo una manovra perfetta, arrivavo a casa di Gea e ridevo con lei tutta la sera. Poi riprendevo la macchina, tornavo a casa, mi struccavo, mi mettevo a letto e facevo un sogno.
Nel sogno uscivo di casa e dimenticavo di chiudere a chiave la porta. Salivo sull’ascensore e premevo terra senza chiudere le porte…

Credo vada avanti così da un bel po’, ormai.

Nulla da perdonare

febbraio 25th, 2009 § 1 commento

Un uomo disperato accoglie il padre nel proprio appartamento dopo anni di silenzi. Non può fare a meno di rinfacciargli fallimenti, brandelli di giornate andate male, dettagli d’infanzia di una chiarezza lancinante. Vede il padre piangere, ma non ha la forza di perdonarlo. Poi lo accompagna all’ascensore.

“Gli tenni aperta la porta dell’ascensore, mi abbracciò, cominciò improvvisamente a tirare su con il naso, ridacchiò penosamente e disse: ‘Puzzi davvero di caffè… peccato, ti avrei fatto tanto volentieri un buon caffè, lo so fare bene davvero, credimi’. Si staccò da me, entrò nell’ascensore e lo vidi premere il bottone, sorridendo furbesco, prima che l’ascensore si mettesse in moto. Rimasi a osservare le cifre che si illuminavano:  quattro, tre, due, uno… poi la luce rossa si spense”.
(Opinioni di un clown, Heinrich Böll).

Ho letto il quindicesimo capitolo di Opinioni di un clown oggi in metropolitana e non ho potuto trattenere le lacrime, come in generale accade quando qualcosa ci riguarda in prima persona. Mi sono chiesta perché, visto che adoro mio padre e nonostante piccoli screzi la mia infanzia è stata bellissima. Ci sono cose che non perdoniamo ai nostri genitori, per il semplice fatto di averci messo al mondo. Non perdoniamo loro di amarci troppo, tanto da farci sentire inadeguati. Non perdoniamo loro il potere di metterci a nudo con un solo sguardo, di farci sentire come dei neonati indifesi. Non perdoniamo loro di essere corresponsabili sempre, di ogni nostra singola scelta e di ogni singola catastrofica conseguenza. Non perdoniamo loro di essere la relazione fondante ogni nostra relazione successiva, di inchiodarci alle loro leggi. Non perdoniamo loro di morire, un giorno. E tutto questo mi pare valga per ognuno di noi, anche per chi si sente e appare totalmente affrancato.

Da due mesi conosco una persona. Camminando accanto a lui, i muri verdi per l’umidità mi fanno pensare a quando io e mio padre andavamo a raccogliere il muschio per il presepe. E quando siamo in macchina, vedo nelle colline ai lati dell’autostrada dei dinosauri addormentati, proprio come quando ero bambina. Forse è una sensazione da censurare, ma questa persona sembra restituirmi mio padre senza pesi e senza fratture. Senza nulla da perdonare. E ogni volta che lo vedo, mi sento serena come se le cifre di quell’ascensore s’illuminassero al contrario: uno, due, tre, quattro… qui, ora.

Carica scarica

febbraio 12th, 2009 § Lascia un commento

Il mio lavoro è la televisione.
Tutti i giorni alle 10 la navetta aziendale mi porta alla televisione e tutti i giorni alle 19.10 la stessa navetta mi riporta alla fermata della metro da cui proseguo verso casa.
Inizio a chiedermi come mai di mattina la navetta sia piena di giovani e belle ragazze, mentre la sera sia popolata di vecchie signore col trucco sfatto.
Sì, è vero, la mattina ci sono i casting per le vallette mentre il pomeriggio si chiudono le registrazioni dei programmi con il pubblico, ma a me le ragazze della mattina e le casalinghe della sera sembrano proprio le stesse persone.

L’ultimo istante

febbraio 11th, 2009 § Lascia un commento

Quell’istante in cui tutto finisce e si salutano il mondo e la vita, mi piacerebbe fosse come quando da bambina, nei giorni di primavera, i miei mi venivano a prendere a scuola e portavano a casa anche la mia amica Laura. Sistemati gli zaini nel bagagliaio, mio padre si metteva alla guida e ingranava le marce sicuro, mentre mia madre, seduta accanto a lui, guardava i pollini volteggiare nell’aria al di là del finestrino. Sui sedili posteriori, io e Laura non avevamo altra preoccupazione che fare le linguacce a chi stava nella macchina dietro alla nostra, e quelli, in cambio, ci regalavano sorrisi.

Borghese

febbraio 3rd, 2009 § Lascia un commento

Parlando con una persona che non sentivo da tempo e ricordando trascorsi non troppo borghesi, ho iniziato a interrogarmi su cosa significhi oggi essere borghese per me, perché lo sono.

A questa persona ho spiegato come io sia una grande estimatrice delle cose belle, degli abiti profumati, dei posti puliti. Non ho parlato, per essere sbrigativa, di quanta poesia io trovi nelle regole, nel sacrificio e nel senso di responsabilità tipici della morale borghese. Essere borghese per me oggi, perché lo sono, è associare la parola eroe a Paolo Borsellino molto più che a Che Guevara. E’ sentirmi risuonare dentro I Buddenbrook molto più che Tropico del Cancro. E’ guardare negli occhi mio padre e amare con tutta me stessa la sua normalità.

Tutto questo non fa affatto a pugni con la voglia che ho di mantenere il pensiero libero. Nella vita voglio che non mi accada mai di storcere il naso. Voglio avere sempre curiosità e trovare spazio per la perversione.

In una casa con il parquet voglio fare l’amore come una zingara e non come una casalinga, questo voglio.

Maledetto correlativo oggettivo

gennaio 29th, 2009 § Lascia un commento

Ciò che più mi blocca, nella scrittura, è la ricerca del correlativo oggettivo. Maledetto. Ma senza il correlativo oggettivo che gusto c’è?

Milano-Bergamo via Carnate

gennaio 26th, 2009 § Lascia un commento

Superata la stazione di Paderno, il treno rallenta. La boscaglia inizia a infittirsi e a piegarsi sui vagoni, finché dai vetri si vede solo un groviglio di arbusti e ghiaia umida. Un muro a mattoni emerge a tratti dal fogliame, coperto dal muschio. I suoni si rarefanno. L’atmosfera si rarefa. Poi, d’improvviso, le rotaie abbandonano il terreno e si trovano sospese sulle giunture arrugginite del ponte di San Michele, a 85 metri d’altezza sul fiume Adda. Lo spazio, d’un colpo aperto, torna a far rumore: un rumore pieno, pastoso, rotondo, che solo lo scricchiolare metallico del ponte riesce a disturbare. Il fiume scorre nella nebbia e gli alberi gli crollano addosso, lungo le pareti della gola. A sinistra la diga di Robbiate, a destra la vecchia centrale idroelettrica. Non si vedono case, soffocate come sono dall’umido e dalla vegetazione.

Oggi, sul treno delle 11.03, ho pensato che in questi luoghi si può essere felici. Ho pensato al benzinaio che si vedeva dalla finestra della stanza di B., al freddo nell’appartamento di T., a quando io e M. andammo a cercare in mezzo ai boschi i cani che si erano persi. La bellezza di questi posti è sommessa, mai pornografica. Non chiede il sole e non vuole turisti. Per anni l’ho odiata, ed era casa mia.

Il passaggio sul ponte durerà sì e no un minuto. Il treno attraversa nuovamente la strettoia di piante, ghiaia e mattoni e poi si ferma a Calusco. Oggi, alla stazione di Calusco, accanto al mio treno ce n’era un altro. Fermi su binari vicini, mi era parso che a riprendere la marcia, dopo qualche minuto, fosse l’altro treno. Invece era proprio il mio.

Amata gastrite

gennaio 16th, 2009 § Lascia un commento

“Quando rapirono Moro ebbi conati di vomito, una reazione incontrollabile. Ci imbarazzano le reazioni incontrollate, ma in fondo ci rassicurano, perchè ci dicono che siamo vivi e umani” (Giulio Andreotti secondo Il Divo).

Fino a poco tempo fa soffrivo di gastrite. Un morso alla bocca dello stomaco mi annunciava che qualcosa, nella mia vita, aveva avuto un peso. Le viscere si muovevano e io capivo che qualcosa era successo. Allora cominciavo ad essere felice, disperata, eccitata, arrabbiata.
Qualche mese fa la gastrite mi ha abbandonata. Eventi grandi e piccoli si susseguono nella mia vita senza che io riesca a distinguerli, hanno conseguenze reali molto prima che io arrivi ad accorgermi della loro esistenza. E anche quando questi eventi ricevono un nome, ad essi non è associata alcuna emozione.

Quando si soffre di gastrite, i medici consigliano di evitare i cibi acidi, i fritti, le bibite gassate. Proverò dunque a imbottirmi di arance, pomodori, peperoni, a friggere ogni sera patatine, fiori di zucca, calamari, ad accompagnare tutto con litri e litri di Coca Cola. Chissà che non avrò indietro il mio campanello d’allarme.

Gossip

gennaio 12th, 2009 § Lascia un commento

Adoro il gossip. Nei personaggi che attirano l’attenzione, nelle storie che vengono a galla e in quelle che vengono inventate e tramate, si leggono i desideri della gente. Quello che la gente desidera sentire e quello che invece preferisce nascondersi e dimenticare. Quello che invidia e quello che biasima. Quello che vorrebbe essere ma non oserebbe mai confessare. Nel gossip ci raccontiamo. E tutto ciò, prima di essere preoccupante, è estremamente interessante.

Amor fou

gennaio 8th, 2009 § Lascia un commento

L’amore di N. per F., suo marito, è davvero struggente. N. è puro nulla, è una figurina con labbra e tette rifatte, i capelli sporchi e la tuta Adidas. Bellissima. Quando la incontri in Corso Garibaldi, stenti a credere sia vera. In effetti, qualcuno direbbe, non lo è più da tempo. Barcolla. Anche F. è bellissimo. I denti bianchi e la mascella decisa, il cervello vuoto ma tagliente. Ogni volta che F. tradisce N. con qualcuna, N. lo sbatte fuori di casa per supplicarlo di tornare il giorno dopo. Ma prima o poi accadrà quanto segue. Mentre F. se lo starà facendo succhiare da una B. qualsiasi in un albergo qualsiasi, N. ingerirà una dose eccessiva di sonniferi sdraiata sul proprio letto. E mentre F. se lo starà facendo succhiare e succhiare e succhiare, N. sentirà le lenzuola diventare sempre più viscide e scivolose, il letto un groviglio limaccioso di alghe che si attorciglieranno alle caviglie, alle ginocchia, all’inguine. Quando l’estremità fredda di un’alga verde si sarà insinuata nelle narici di N., il letto si aprirà al centro e l’inghiottirà, senza lasciarne traccia. In quel momento, F. allontanerà da sé il viso di B. e rivedrà in quegli occhi qualsiasi gli stessi identici occhi di sua moglie.

Quando l’amore è una semplice funzione, il corso degli eventi non può che possedere una spietata, matematica necessità.

Il grado zero della seduzione

gennaio 7th, 2009 § 2 commenti

Il grado zero della seduzione è quello che T. sarebbe se non fosse fotografo, musicista, scrittore. Io davanti a T., T. davanti a me, senza l’uso della parola e altri mascheramenti culturali. Nudi. Ma non senza cervello.

Purtroppo, una pura astrazione.

Here I am, with my hand

gennaio 6th, 2009 § Lascia un commento

Da oggi ho un blog che non è un blog. E’ più una stanza con le finestre aperte dove metto alcune delle cose che scrivo per farle leggere ad amici e passanti. Mi piace e mi inquieta come tutte le novità. Stiamo a vedere.

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